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La creatività nei bambini

L’esperienza straordinaria del lavoro con i bambini, mi spinge a scrivere  alcune note, che spero si rivelino utili a genitori e insegnanti. Senza pretesa di spiegare l’anima dei bambini a chi per lavoro si occupa di loro, mi permetto da osservatore attento del loro fare, di mettere in luce sia l’importanza della creatività nella vita di bambini e adulti, sia quali possano essere le giuste modalità per svilupparla.

Creare

Per riuscire a spiegare al meglio questo tema, occorre partire dalla parola stessa: cosa intendiamo per creatività? E ancora di più, cosa intendiamo per “pensiero creativo“?

Fermiamoci sulla parola creativo: ovvero io creo. Il dizionario ci dà il significato del verbo creare:

  1. Produrre, generare dal nulla, specialmente riferito alla divinità.  Estensivamente:

Produrre qualcosa, elaborando elementi preesistenti; foggiare, ideare, inventare. – Creare una figura, un tipo, un personaggio, di attore o autore che introduce un nuovo carattere tipico. – Creare una parte, di attore che recita un ruolo in maniera originale e del tutto personale. – Crearsi una famiglia, una cerchia di amici, formarseli.

  1. Causare, determinare, provocare.
  2. Eleggere, nominare.
  3. Raro: Generare figli.
  4. Antico: Allevare, educare una persona. (da “crianza”)

Come si vede, la creatività implica la capacità di produrre elementi che non esistevano prima nella forma in cui li produciamo. E si intende non solo elementi fisici concreti, ma anche aspetti caratteriali e legati alla sfera emotiva e relazionale.

Il pensiero creativo

Per essere creativi, ovvero per poter creare, dobbiamo allenare e mettere in azione il nostro cosiddetto “pensiero creativo”. Non è nè facile, nè semplice. Per tre motivi principali e questo vale per il bambino come per l’adulto:

  • perché dobbiamo ascoltare noi stessi ed entrare in contatto con le nostre energie più profonde, e non sempre ci si riesce;
  • perché se mettiamo in luce e portiamo fuori le nostre energie, le nostre “visioni personali”, le mettiamo sotto il giudizio degli altri (e anche di noi stessi), e questo ci spaventa. Fa paura che la nostra “creazione” non sia accettata, non sia bella, non sia utile, non piaccia;
  • perché esporre qualcosa di noi agli altri significa  anche porre le basi per una relazione, e non sempre si è pronti per aprire relazioni.

“Liberare le nostre energie profonde” non è semplice e immediato per tutti: per alcuni, bambini e adulti, è naturale e facile, per altri no.  Perché vuol dire abbandonare la strada che si è percorso fino ad allora, una strada sicura,  indicata da altri. La sicurezza della mano di un altro che prende la nostra. Sviluppare il NOSTRO pensiero creativo, significa abbandonare quella mano per essere soli.

Per questo accompagnare i bambini a sviluppare il proprio pensiero creativo significa soprattutto renderli coraggiosi, sicuri di se stessi, realmente autonomi.

E ancora: significa aiutarli a confrontarsi con i risultati del proprio fare, della realizzazione concreta della propria idea che arriva dal profondo; il risultato che abbiamo prodotto in un processo creativo può non soddisfarci, può non corrispondere a quello che avevamo mentalmente ideato, e questo può farci sentire frustrati, insoddisfatti, farci sentire in collera per la nostra pseudo incapacità.

Far comprendere ai bambini che si può fare anche senza raggiungere il risultato che ci saremmo aspettati, è un altro dei grandi vantaggi del lavoro creativo. Perché è proprio attraverso l’errore che si impara: l’uomo impara per tentativi ed errori. E prima i bambini capiscono che l’errore non è un’onta, un nemico, uno sfregio per il quale saremo additati come eterni incapaci, prima sapranno affrontare al meglio delle loro possibilità il loro cammino didattico, di gioco e di relazione coi pari e con gli adulti. (Per comprendere il processo di apprendimento per “tentativi ed errori” leggi anche l’articolo “Come imparano i bambini, come insegnare ai bambini”).

Saper pensare.

Siamo tutti convinti che “Pensare” rappresenti la facoltà umana per eccellenza e, come tale, costituisca il patrimonio individuale e sociale più prezioso, da sviluppare e potenziare lungo l’arco di tutta la vita. Saper pensare è importante per operare scelte e prendere decisioni, per risolvere problemi, ma è altrettanto importante a livello di famiglia e di comunità. In realtà, la capacità di pensare potrebbe essere la materia, la disciplina fondamentale da impartire nelle scuole, ma purtroppo oggi l’insegnamento è ancora eccessivamente concentrato sui contenuti da apprendere e poco sui processi.
Ci si deve porre, quindi, alcune fondamentali domande riguardanti il senso della cultura che stiamo promovendo e gli obiettivi da perseguire.

Forse, c’è bisogno oggi di una profonda riflessione, più attenta alla persona e, in particolare, alla formazione del pensiero. In questo senso, parlare di un nuovo Rinascimento non è un’utopia, ma un segnale della necessità di dare nuovo impulso alla soluzione costruttiva dei problemi veri dell’umanità. Questa è la nuova dignità che dobbiamo restituire all’uomo; in questo, probabilmente, risiede la sfida di un’educazione alla libertà, non soltanto dall’ignoranza del non sapere, ma, soprattutto, dal non saper pensare. “Educare a pensare”, quindi, rappresenta il filo conduttore di un itinerario educativo sistematico, pervasivo, che interessa tutti i saperi e gli ambiti della didattica.

 

Estratto da: Michele de Beni, “Processi per imparare a pensare” in IS – Informatica & Scuola – Rivista trimestrale di Didattica & Nuove Tecnologie, Anno XI – N. 1- Maggio 2003

Niente è quindi più importante di imparare a pensare. E ancor più a pensare in modo creativo.

In questo brano si riassume  il percorso, che negli ultimi anni, la ricerca scientifica ha fatto in merito alla creatività:

<< Da qualche decennio, le neuroscienze e le scienze cognitive, ridimensionata la concezione della creatività come una “dote innata”, sono concordemente giunte alla conclusione che “il processo creativo è tipico del cervello umano e quest’ultimo è naturalmente strutturato per pensare creativamente” (Cesa-Bianchi et al., 2009, p. 14), favorendo l’ipotesi di riconoscerne il valore potenziale ed il carattere dinamico.
La creatività, dunque, da caratteristica esclusiva di poche menti eccezionali diventa il tratto distintivo del pensiero umano, l’espressione naturale dell’interiorità dell’individuo.
Secondo la prospettiva della ricerca scientifica e psicologica, la creatività consente all’essere umano di adattarsi e di cercare nuove soluzioni ai problemi più svariati; essa può essere intesa come uno strumento di deviazione da azioni risolutive stereotipate e modellizzate in quanto, superando la realtà organizzata, può scardinare opinioni e
convinzioni e fornire una nuova prospettiva (Cesa-Bianchi et al., 2009).
Tale concezione prevale in molti studiosi tra cui Daniel Goleman, il quale, ritenendo che “lo spirito creativo sia alla portata di chiunque si senta spinto a provare e a migliorare le cose, di chiunque voglia esplorare nuove possibilità”, intende la creatività come capacità di miglioramento e di adattamento (Goleman et al., 1999).
Condividendo tale visione, Mark A. Runco, uno dei maggiori studiosi del pensiero creativo, afferma che l’elemento più importante che caratterizza la creatività sia la flessibilità, che consente di vedere la stessa cosa da più punti di vista, di confrontarsi con i cambiamenti e di escogitare nuove soluzioni permettendo soprattutto di praticare un pensiero “contaminato” e non autarchico (Runco, 1999).
Il pensiero laterale di Edward de Bono. Edward de Bono, studioso impegnato nel campo della creatività e dei meccanismi della mente, ritiene che il pensiero creativo sia un’abilità che può essere rapidamente aumentata ed incrementata; lo psicologo e medico maltese, infatti, applicando la creatività al mondo degli affari e collegandola alla competitività aziendale, la definisce come “la capacità di pensare e di agire diversamente che può essere sviluppata in modo sistematico e deliberato da chiunque voglia mettere in pratica i principi del pensiero laterale” (de Bono, 1994, p. 28). >>

in: Elias Kourkoutas, Maurizio Sibilio, Iolanda Zollo,  “Creatività, pensiero divergente e pensiero laterale per una didattica semplessa”, 2015

Quindi, per riassumere e capirci bene, creare ed essere creativi non significa “copiare”.
Non stimoleremo la creatività delle persone e dei bambini insegnandogli a imitare o copiare qualcosa o qualcun altro. Perché questo è esattamente il contrario della creatività.
Se facciamo vedere ai bambini un fantastico lavoretto manuale e gli chiediamo di copiarlo, non stiamo facendo una attività creativa, non stiamo sviluppando il suo pensiero creativo, gli stiamo al massimo insegnando una buona tecnica e un buon metodo per copiare la creatività di qualcun altro.

Quando un genitore vuole investire il tempo dei propri figli in attività che gli diano skills, ovvero abilità aggiunte che lo pongano in vantaggio nella sua futura vita lavorativa e sociale, pensa a molte attività che aumentino le prestazioni del figlio, dal corso di inglese al nuoto; ma spesso non comprende che l’attività più importante per i suoi figli è invece quella che lo prepara e stimola a pensare in modo creativo.

Pensare in modo creativo vuol dire trovare soluzioni ai problemi e sapere imparare. E’ la premessa indispensabile per mettere in campo nella vita reale la propria specifica intelligenza, le proprie capacità.

Allenare il pensiero creativo nei bambini

Dobbiamo quindi agire per agevolare nei bambini la modalità creativa, permettendo loro di entrare in risonanza con la parte di loro che genera il pensiero e lascia fluire le idee senza ostacoli imposti. Questo non significa lasciare ai bambini la libertà di fare qualunque cosa salti loro in mente: la loro azione deve muoversi sempre all’interno delle regole di rispetto di cose, animali e persone e nel corretto modo di avvalersi delle tecniche e delle procedure necessarie alla realizzazione del lavoro che si sta facendo. Il bambino deve essere invece libero di esprimere la sua personale visione, la sua soluzione, la sua invenzione. In sostanza, la sua “creazione”.

Andare a vedere cosa c’è davvero dentro di noi e quanta capacità ed energia possa esserci, è spesso un percorso da fare gradualmente, per passi avanti e a volte indietro, perché abbiamo bisogno di tempo per abituarci ad entrare in contatto con il nostro spirito creativo.

In primo luogo dobbiamo perciò accompagnare i bambini ad essere “soli” di fronte al proprio fare, a lasciare che siano le idee a fare il percorso da dentro di loro a fuori di loro, e non viceversa, ovvero non devono essere le idee e la creatività di altri a entrare nella loro mente. Non dobbiamo invitarli a copiare, se non per allenare una specifica tecnica, ma consapevoli che quella pratica non svilupperà il loro pensiero creativo.

Dobbiamo inoltre capire che questo lavoro di “contatto con se stessi” ha bisogno di un tempo e di uno spazio che siano quelli necessari al bambino in quel momento. Per alcuni sarà un tempo anche brevissimo ma per altri anche lunghissimo. Serve sia il tempo per convincersi a mettere in campo se stessi, sia il tempo per ascoltarsi, pensare e fare. Non è la quantità di quello che il bambino fa, ma la qualità del suo lavoro. Perciò è necessario che abbia a disposizione tutto il tempo che gli serve per attivare la “modalità creativa”, rassicurato di non essere sorvegliato a vista in merito ai suoi tempi di esecuzione.

Facciamo capire ai bambini che possono esprimersi nelle espressioni che per loro sono più interessanti, belle e di loro soddisfazione, e qualunque sia il risultato del loro lavoro questo non sarà messo sotto l’esame dell’adulto, non sarà sottoposto ad un giudizio sul contenuto creativo; altrimenti il bambino potrebbe identificarsi con il lavoro da lui realizzato, e pensare che se il suo lavoro è brutto, anche lui è “brutto” agli occhi dell’adulto.

Diamo indicazioni su come realizzare al meglio ciò che ha in mente il bambino, spiegando e facendo vedere una procedura, ma ricordiamoci di realizzarla noi su un nostro lavoro, non sul suo lavoro, che verrebbe “sporcato” dalla nostra creatività. Quante volte, senza rendermi conto, cercando di aiutare, ho fatto io al posto loro, e ogni volta i bambini hanno rifiutato il lavoro che ne è scaturito. Solo in caso mi venga chiesto esplicitamente un aiuto, o mi venga chiesto di realizzare su loro indicazione qualcosa, se ne appropriano e lo sentono parte del risultato del loro pensiero creativo. In caso contrario, se sono io a proporre e imporre, il “prodotto impuro” viene lasciato nel laboratorio, non è “loro” e non lo vogliono portare a casa; mentre tutto quanto hanno fatto interamente da soli lo portano via con gande sollecitudine.

Un motivo di grande disagio per un bambino è la comunissima situazione di essere messo a confronto con altri bambini. Lui è più bravo di me, io sono meno bravo di lui. Questo provoca dolore, “ansia da prestazione” e attacchi all’autostima, oltre a sani e legittimi impulsi di invidia, rabbia e gelosia. Tutto questo ovviamente non piace ai bambini, che cercheranno di evitare di mettersi in gioco, di evitare di fare, per non essere messi a paragone di altri e rischiare di sentirsi poco apprezzati.  Un bambino che si sente in competizione, al contrario di quel che si crede, non tirerà fuori il meglio di sé, non aprirà le porte alla sua creatività, ma al contrario le chiuderà. Adagiandosi nel non fare o nel copiare.

Mettiamoci a disposizione del bambino, diventiamo suoi servitori (illuminante in questo senso tutto il lavoro di Arno Stern nella teorizzazione del suo “Gioco del dipingere” e le stesse denominazioni che lui indica: l’adulto è un “servente” dell’attività del bambino). Lasciamo che la nostra presenza sia una presenza neutrale, facciamo sempre un passo indietro e spingiamo il bambino alla indipendenza del suo pensiero, del suo agire, accompagnandolo nella ricerca in sé di quanto gli è necessario.

Cerchiamo  di essere attenti alle esigenze del fare del bambino senza sovrastarlo, ma guardando il suo agire attenti solo a dare il sostegno necessario se ci viene richiesto. Facendo capire che siamo lì per lui, non per noi. Non bambini guardati a vista per controllarli, ma bambini osservati per aiutarli proprio a svincolarsi dal nostro controllo, a sentirsi liberi di esprimere il loro pensiero lontano e diverso dal nostro nella migliore delle condizioni; lontano soprattutto dalle nostre aspettative e dai nostri “gusti”.

Le attività che implementano la creatività

Possiamo affermare che qualunque attività che rispetta le indicazioni elencate sopra, è una attività che promuove la modalità del pensiero creativo nei bambini. In una attività è la situazione al contorno, nella quale il bambino trova tempo e spazio e persone per lavorare ed esprimersi, che qualifica la bontà dell’attività rispetto alla capacità di sviluppare le sue potenzialità.

Se torniamo alla definizione di creatività, vediamo che creare significa “produrre, generare dal nulla” e “produrre qualcosa elaborando elementi preesistenti”. Diamo quindi ai bambini tutti gli strumenti, astratti o concreti, che possano utilizzare per mettere in campo le loro soluzioni creative.

Per elementi astratti, intendo tutto quanto non è tangibile ma arricchisce la  nostra esperienza e conoscenza e che può stimolare la nostra voglia di elaborare pensieri creativi: questo negli adulti così come ovviamente nei bambini. Dopo avere letto un libro, aver visto un film interessante, potremmo avere voglia di raccontare, di scrivere anche noi qualcosa. Quanti di noi dopo avere visto fotografie  fantastiche, o bellissimi paesaggi dal vivo, sono stati invogliati a comprare una bella macchina fotografica e fare fotografie? Anche i bambini hanno sete di esperienze stimolanti, da poter trasformare nel loro personale vissuto e poi rielaborare tramite il loro pensiero creativo.

Diamo ai bambini anche tanti elementi concreti, che possano allenare la voglia di fare con gli attrezzi più strepitosi che la natura ha creato: le nostre mani. Prepariamo per loro materiali e strumenti che usino liberamente, dalla carta al legno, a oggetti da riciclare i più disparati, a tutto quanto è trasformabile, assemblabile, riutilizzabile e diamo loro i corretti strumenti per lavorarli, proporzionati alla capacità di uso in base all’età; ma senza paura, accompagnandoli nell’uso; ho visto bambini di due anni utilizzare forbici correttamente e divertirsi a tagliare tagliare tagliare, ovviamente accompagnati dalla mamma; ma felici di mettersi alla prova, con una attività che permetteva loro di creare elementi nuovi da un materiale preesistente, fossero solo pezzetti di carta, di dimensioni diverse dal foglio iniziale di carta crespa colorata.

Con un adulto che da sicurezza accanto (non ansia da prestazione!) i bambini sono in grado di realizzare imprese creative straordinarie. L’importante è comprendere che insieme alle potenzialità i bambini hanno i loro limiti: emotivi e funzionali. Dobbiamo essere noi a intuirli e a bilanciare l’attività sulle loro capacità. Capacità che un genitore, un insegnante, un tutor di attività, a volte sottovaluta e a volte sopravvaluta. E’ questa per noi adulti la sfida più grande: trovare la giusta misura per ogni singolo bambino.

Sir Ken Robinson makes an entertaining and profoundly moving case for creating an education system that nurtures (rather than undermines) creativity.Con sottotitoli in italiano.

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