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Come studiare bene

La capacità di apprendimento nei bambini è innata e tutti i bambini hanno voglia di imparare cose nuove. Le cose nuove che li aiutano a stare meglio e a soddisfare la loro curiosità e il loro piacere.

Per riuscire a imparare tutto quanto serve loro per crescere, e adeguarsi alle sempre maggiori richieste di mettere in campo abilità, i bambini usano le capacità del loro sistema neurobiologico che la ricerca dedicata alle neuroscienze cognitive dello sviluppo  sta di anno in anno sempre più mettendo a fuoco.

Se nei primi anni della loro vita tutto quanto imparano è un processo che accade abbastanza spontaneamente nei bambini, per imitazione o per apprendimento diciamo così “automatico”, a un certo punto della loro vita entrano in contatto con un’altra modalità: devono imparare le cose “per forza”, e non più spontaneamente. Ecco che entra in campo la scuola!

Gioie e dolori di tanti bambini e di tanti genitori.

Ma il percorso scolastico non deve per forza trasformarsi nei lavori forzati dei bambini. Occorre semplicemente che per affrontare al meglio la loro strada scolastica i bambini ritrovino quella modalità che li aveva contraddistinti fino ad allora nel modo di imparare: soddisfare la loro curiosità e il loro piacere.

Non dobbiamo creare quindi una differenza tra “l’apprendimento naturale” che il bambino ha messo in campo prima di andare a scuola e quello che dal primo giorno di scuola si inizia a chiamare studio. “Devi studiare!” diventerà il tormentone di tutta la vita scolastica dei nostri figli.

E allora, se proprio si deve, come studiare bene? Come insegnare ai nostri figli a studiare e a fare in modo che questa nuova modalità sia per loro la meno faticosa possibile e la più efficace possibile?

A seguire esporrò alcuni suggerimenti che potrete mettere in campo con i vostri figli, semplici ma efficaci. Sia che siate i genitori di bambini bravissimi e studiosissimi, sia che siate i genitori di bambini che fanno fatica a concentrarsi e che dimostrano scarso o scarsissimo interesse per tutto quanto riguarda la scuola.

Noi e la scuola

Punto primo. Andiamo incontro al paradiso e non all’inferno.

Come dicevo sopra, la cosa più importante è che tutto quanto riguarda la scuola sia motivo di curiosità e soddisfazione. Per cui armatevi di fantasia e cercate di fare in modo che i vostri bambini vedano la scuola come un luogo fantastico tutto da scoprire, pieno di cose interessanti e belle. Ergo, evitate di parlare male di tutto quanto riguarda la scuola – sebbene lo pensiate – ma cercate di trovare cose interessanti mostrandole agli occhi dei vostri figli. Dai libri, alla maestra, alla scuola come edificio, alla strada stessa per andare a scuola, deve tutto diventare per i bambini qualcosa di piacevole e non essere associato a qualcosa da dimenticare quanto prima e al quale dedicare nullo tempo.

Suggerimenti spiccioli: quando accompagnate i bambini a scuola (voi o chi per voi) potete raccontare il percorso in modo piacevole e divertente; se potete fermatevi a comprare un “promemoria positivo” ai bambini: una caramella dal tabaccaio, una bibita da portare a scuola acquistata in un bar o in un negozio lungo la strada. Questi piccoli gesti che portano al bambino piacere, verranno associati al momento di recarsi a scuola e di conseguenza alla scuola stessa.

Punto secondo. La vita scolastica è bella.

La scuola è bella. Punto. E bello deve essere tutto ciò che riguarda la scuola. Mai sfogarsi in negativo su ciò che riguarda la scuola. Bella è la maestra, bello il portiere, bella la facciata della scuola, bella la strada dove è la scuola, bella la scala della scuola, belle le mamme dei compagni e belli i compagni. Insomma cercate anche voi di vedere del bello dove magari non c’è, ma quel poco di interessante che ci può essere mettetelo in evidenza, allenandovi a scoprire i lati positivi di ogni cosa e ad elogiarli.

Si, perché questo dovrà essere il vostro mantra quotidiano per i futuri anni scolastici dei vostri figli: mai parlare male di ciò che fanno, ma mettere in evidenza solo quello che hanno fatto bene. Dimenticarsi di tutto quello che è fatto male.

Non è difficile da capire, basta fare un esempio che ci riguarda: che cosa facciamo noi stessi ripetutamente e con più facilità? Tutto quanto ci riesce bene e per la qual cosa riceviamo gratificazioni.

Cosa non vorremmo mai fare? Quello per cui tutti ci dicono che siamo incapaci e che ogni volta che la facciamo non ci riesce bene, ci mettiamo un mucchio di tempo a farla e se la facciamo non siamo contenti del risultato.

I bambini non sono diversi da noi, funzionano allo stesso modo. Quindi per far fare qualcosa a un bambino, dobbiamo convincerlo che quello che sta facendo lo sta facendo bene e gli da soddisfazione.

Non è cosa facile, ma nemmeno così difficile come potrebbe sembrare!

Non storcete il naso. Noi umani e non solo impariamo a fare meglio allenandoci. Ripetendo più volte faremo più veloce e meglio ogni volta. Quindi abbiate fiducia. Se il disegno della casetta di vostro figlio vi sembra pessimo e vorreste urlargli che ha fatto un obbrobrio e pensate che un quarto d’ora di “pippotto” su come si deve colorare e disegnare bene sia assolutamente indispensabile e irrinunciabile, non lasciatevi prendere dall’impulsività. Fategli invece un quarto d’ora di elogi, così che vostro figlio passi almeno due ore al giorno a disegnare casette, per cui tempo una settimana diventerà un pazzesco disegnatore di casette. E tempo un mese sarà il primo della classe in “casette e sentieri” colorati a matita.

Punto terzo. La scuola è il mio mondo e deve essere a mia misura.

Se tutto deve essere bello, ricordiamoci che anche le attrezzature e tutto quanto i bambini devono usare a scuola deve essere per loro “bello”. Investiamo energie nella scelta delle attrezzature, lasciamo che scelgano loro e coinvolgiamoli negli acquisti e nella manutenzione. Diamo importanza a tutto quanto li riguarda: insomma, il loro zaino della scuola non deve essere ai nostri occhi di minor valore della nostra borsa o della nostra ventiquattrore.

Prendiamoli sul serio e trattiamo le loro matite spuntate con lo stesso riguardo e considerazione che abbiamo per la  nostra Montblanc (se mai dovessimo averne una).

Punto quarto. Cambiamo domande.

Spostiamo il tiro. Tutti noi genitori chiediamo ai nostri figli quando tornano da scuola: cosa hai fatto oggi a scuola? Eh no! Non mettiamo subito l’accento su quello che il bambino ha “prodotto”. Ovvero noi gli chiediamo in un certo senso di dirci che cosa ha fatto lui per gli altri, cosa faticosissima e noiosissima. Cambiamo prospettiva: cosa hanno fatto gli altri per lui? E’ lui che deve essere al centro della scena, e sono gli altri che devono “produrre” per lui e non viceversa. E’ lui che deve sentirsi al centro delle attenzioni che la scuola gli rivolge e non sentirsi nell’obbligo di dovere dare lui qualcosa alla scuola. In questo modo non penserà che sta lavorando lui per dare soddisfazione agli altri – che sia mamma maestra o tutto il parentado – ma che sono gli altri che lavorano per lui, gioia della mamma e del papà!

Lui va a scuola perché è un piccolo principe o una piccola principessa a cui tutto un mondo di persone deve rendere omaggio offrendogli doni e favori. Cambiamo domande! Prima di tutto, spostiamo il tiro dal “cosa hai fatto”, al “come ti sei sentito“. E poi proseguiamo chiedendo proprio cosa hanno fatto gli altri per lui, sempre evidenziando il positivo e non il negativo. E’ riuscita la maestra oggi a farTI lezione? Il pranzo che TI hanno servito sei riuscito a mangiarlo tutto? La maestra TI ha dato il libro? La maestra ha ritirato i tuoi quaderni? Ecco, sia chiaro che a scuola sono gli altri prima di tutto che devono lavorare!

Quando avremo figli che non si stupiranno più del fatto che a scuola devono pur fare qualcosa anche loro, solo allora inizieremo a chiedergli cosa hanno fatto; ma solamente quando è loro chiaro che ciò che fanno è per il loro diretto interesse e non per quello di qualcun altro.

Punto quinto. Ognuno ha un suo tempo.

I bambini non sono tutti uguali. E fino a qui siamo tutti d’accordo. Allora perché insegniamo a tutti nello stesso modo e con gli stessi tempi? Difficile se dobbiamo insegnare a venti bambini in contemporanea fare venti lezioni diverse in contemporanea. Quindi? Quindi non scoraggiamoci se i tempi del nostro bambino non sono allineati con quelli della scuola e non corrispondono alle competenze che ha maturato fino a quel momento. Fortunatamente il percorso scolastico non ha scadenze, anche se a molti genitori sembra non essere così.

I bambini hanno enormi capacità di miglioramento e adattamento e con pazienza, cercando di accompagnarli facendo sì che la strada percorsa porti miglioramenti in modo continuo, i bambini si rafforzeranno sempre più, raggiungendo obiettivi ottimi.

Non tutti i bambini e ragazzi sono in grado di capire precocemente come loro stessi funzionano rispetto all’apprendimento e allo studio, e come possono fare per essere bravi nell’ambito scolastico; ma piano piano possono acquisire competenze e strategie, con l’aiuto di tutti.

Se non possiamo differenziare il programma e i contenuti che devono essere imparati,  possiamo differenziare le modalità di apprendimento dei singoli bambini. E’ quindi utile comprendere quale metodo di studio è più efficace per ogni bambino e aiutarlo a trovare e applicare quel metodo.

Avere un metodo di studio

Trovare strategie

L’enciclopedia Treccani ci da una definizione del termine strategia: “La tecnica di individuare gli obiettivi generali di un’attività, nonché i modi e i mezzi più opportuni per raggiungerli”. L’obiettivo generale è apprendere informazioni ed essere in grado di memorizzarle e utilizzarle  per attività di problem solving, in tutti i livelli di necessità che la vita ci può richiedere (dal pagare quando acquistiamo un bene, al progettare un nuovo programma informatico, al decidere come dobbiamo costruire la struttura di un edificio perché non crolli).  La domanda è: quali saranno questi modi e questi mezzi, i più opportuni, per raggiungere i nostri obiettivi?

Quindi il vero lavoro sotteso allo studio è trovare in quale modo e con quali mezzi un determinato bambino o ragazzo riuscirà a raggiungere più agevolmente e con miglior risultato il suo apprendimento. Ovvero significa individuare le strategie necessarie e attuarle.

Occorre individuare strategie, ma non solo, occorre capire tra le tante, quali sono davvero utili per nostro figlio e quali meno. Quali sono nelle sue corde e quali no.

Possiamo suddividere le principali strategie in gruppi:

  • strategie dedicate alla tempistica e all’organizzazione, uniche per qualunque lavoro che deve essere svolto;
  • strategie dedicate all’attenzione;
  • strategie che io chiamo di base, che servono a mettere a fuoco che cosa devo fare;
  • strategie direttamente necessarie al processo di apprendimento ovvero alle fasi di: 1) accesso alle informazioni, 2) comprensione, 3) rielaborazione selezione e sintesi delle informazioni, 4) memorizzazione, 5) recupero dei contenuti ed esposizione orale o scritta;
  • strategie dedicate alla motivazione e alla gestione dell’emotività e delle relazioni.

All’interno di questi gruppi possiamo collocare molte strategie, ma non necessariamente tutte indistintamente possono essere le più opportune per aiutare uno specifico bambino o ragazzo. Per costruire quindi un buon metodo di studio è determinante capire quali sono le strategie che sono veramente utili allo scopo  e quelle che invece sono meno indicate per quel bambino o ragazzo.

A cosa ci si riferisce parlando di “strategie”, all’atto pratico?

Potremmo dire che le strategie sono singoli “comandi” che inducono ad azioni specifiche. Ad esempio una strategia utile a memorizzare può essere: “disegno vignette che rappresentano le informazioni da ricordare” oppure “mi registro mentre dico la lezione e mi riascolto”.

Possono essere semplici domande da ripetere ad ogni consegna del compito da svolgere; ad esempio per le strategie di base, io ho predisposto brevi domande, che invito ad usare prima di affrontare qualunque lavoro/compito scolastico. Sono le seguenti e servono a far riflettere sugli obiettivi del compito, a capire cosa si deve fare:

  • a quale materia appartiene il compito?
  • conosco tutte le parole che ci sono?
  • capisco di cosa si parla?
  • che cosa mi viene chiesto di fare?
  • come devo affrontare questo compito?

Suddiviso in piccoli passi successivi, l’impegno sembrerà ai bambini più chiaro, digeribile e affrontabile; inoltre identifica già una domanda utile per chiedere un eventuale aiuto, qualora non riescano da soli a rispondere.

Ho preparato anche delle carte, simili alle carte da gioco, dove ho scritto le domande e il numero d’ordine; come in un gioco i bambini possono prendere e leggere la carta e attivarsi sulla domanda. Ripetendo il “gioco” ogni volta, si rinforzerà la routine.

Porsi nella condizione migliore.

Un apprendimento efficace necessita anche di abilità inerenti gli aspetti visuospaziali, corporei e relazionali. Non dimentichiamo perciò di allenare queste funzioni e abituare i bambini a utilizzare queste abilità al momento dello studio.

Cosa si intende per abilità visuospaziali? La capacità di riconoscere i rapporti spaziali sia riferiti a se stessi sia alle altre persone e agli oggetti, e a come tutto quanto si relazione e posiziona nello spazio. Per esempio avere chiara consapevolezza di cosa sta a destra e cosa sta a sinistra, comprendere e realizzare un incolonnamento, percepire all’interno del foglio in che posizione si pone ciò che io vado a scrivere o disegnare. E’ quindi necessario attivare e consolidare il più possibile questi aspetti, così da svincolarli il prima possibile dalla necessità di investire energie su questo lavoro. E per energie intendo memoria, tempo e sforzo di attenzione.

Un altro aspetto determinante è riuscire a mettere in campo relazioni che siano empatiche, ovvero che il significativo ponte che si crea tra lo studente e ciò che deve studiare/imparare, – l’insegnante o qualunque altra persona che ha questo ruolo di mediatore- , riesca a creare una relazione empatica con i bambini. Altrimenti si realizza una cesura, il ponte crolla e il bambino non arriva all’obiettivo che deve raggiungere, non riesce ad avere un accesso “mentale” aperto.

Il ponte che creiamo tra ciò che dobbiamo imparare e noi stessi, passa anche attraverso il confort fisico, ovvero una buona predisposizione fisica e un luogo confortevole nel quale lavorare. Ognuno, grande o piccolo, ha i suoi standard di confort: quindi attenzione, ascoltate e osservate i vostri figli, perché ciò che sentiamo per noi confortevole non è detto che lo sia anche per loro.  Ci sono bambini che lavorano molto bene appena tornati da scuola, altri che lavorano con maggiore concentrazione la sera dopo cena, alcuni hanno bisogno di rumori di sottofondo per sentirsi sicuri, altri di assoluto silenzio; anche i ragazzi più grandi hanno bisogno di comprendere quali sono le condizioni al contorno che maggiormente favoriscono il loro processo di apprendimento.

 Automotivarsi e autocontrollarsi

Se riusciamo a mettere in campo queste due capacità siamo a cavallo in qualunque cosa noi si faccia nella vita. Ancor più è importante per bambini e ragazzi, ai quali vogliamo dare come obiettivo l’indipendenza e l’autonomia nello studio.

Come in ogni cosa della vita ciò che ci muove è avere un motivo che ci spinge a fare. Dalla parte di bambini e ragazzi le motivazioni che possono spingerli a mettersi al lavoro rispetto allo studio sono di vario tipo. Non tutte sono funzionali al dare un buon metodo di studio e a fare in modo che i ragazzi lavorino in modo autonomo. In letteratura si identificano due tipi principali di motivazione: estrinseca e intrinseca. Ovvero motivi che sono determinati da stimoli esterni a noi stessi e motivi che derivano da input interni a noi. Esempi: “studio perché la mamma ha detto che se prendo 8 mi compra un nuovo gioco”, è una motivazione esterna a noi; studio perché sono curioso di sapere tutto sui re del medioevo, è una motivazione interna a noi. E’ chiaro che lo studio più efficace è quello dove bambini e ragazzi si impegnano perché pensano che imparare ampli le loro competenze e abilità, quindi studiano per il piacere stesso che provano nell’attività di imparare.

Come possiamo spingere i nostri bambini e ragazzi in questa direzione? Certo non è lavoro facile. In primo luogo dobbiamo cancellare dalla mente dei nostri figli che leggere, scrivere, calcolare e memorizzare un testo siano competenze”innate”, cioè che la capacità di imparare sia una qualità immodificabile e che queste abilità arrivino in noi come dono celeste.

E’ divenuto virale alcuni mesi fa nei social, un video dove una mamma cerca di far fare i compiti ad una simpatica e brillante piccola figlia che ha iniziato la scuola primaria. Il divertente  confronto esprime in modo chiarissimo quello che molti bambini pensano: le capacità le avrò per pura fortuna e non per il mio impegno!

La bambina inizia chiedendo: << Secondo te una mamma  cosa deve fare per fare imparare una bimba? >> e la mamma: <<Cosa deve fare?>>

<< Si deve arrabbiare o avere pazienza? Decidi, cosa deve avere?>>

<< Ma tu mi fai arrabbiare perché non capisci!>>

<< Perché devi avere pazienza: non è che già alla prima tutti possono imparare! Alla seconda dove capita possono imparare … >>

<< Eh … alla seconda … >>

<< Tu dove hai imparato? Tu dove hai imparato? >>

<< In prima ho imparato!>>

<< Eh … hai la fortuna! Ma io non so se imparo in prima! >>

<< Ah no! E quando impari, in seconda elementare? >>

<< Potrà essere! Oppure in quinta, seconda, sesta! … potrà essere eh … >>

<< Eh … Devi scrivere zanzara. >>

<< No. Io no … >>

Occorre spostare i bambini da questa convinzione e far capire loro che le abilità sono qualcosa che loro possono controllare e incrementare, ovvero che dipendono direttamente da loro stessi. Dobbiamo fare in modo che abbiano assoluta fiducia nelle proprie capacità. Per aiutarli in questo è importante far passare il messaggio che sono loro stessi che controllano le loro potenzialità, abilità e intelligenze multiple.

E’ importante che bambini e ragazzi si rendano consapevoli che possono controllare anche la loro emotività. E’ determinante trovare strategie affinché la tensione emotiva non comprometta la capacità dello studente di esprimere la sua preparazione. Anche in merito a ciò, è necessario che gli studenti capiscano che sono loro stessi che possono controllare i loro stati emotivi: noi possiamo aiutarli ad avere più sicurezza e padronanza delle loro emozioni.

Se uno studente è riuscito a mettere in campo tutto quanto abbiamo scritto fino a qui, è quasi alla fine dell’opera e gli manca solo un passaggio per completare il manuale del “buon metodo di studio”:  autovalutarsi.

Riuscire a valutare come funzioniamo e che tipo di risultato il nostro lavoro ha prodotto è la fase finale, che ci permette di raggiungere due obiettivi: il primo è la consapevolezza che i nostri sforzi hanno avuto un risultato; questo è determinante perché ci rende consapevoli che siamo stati capaci di fare. La valutazione di ciò che abbiamo fatto ci permette inoltre di riconsiderare il lavoro svolto e di migliorarlo: modificando le procedure eliminiamo gli errori e miglioriamo le prestazioni di studio.

Possiamo renderci conto, ad esempio, che avevamo dedicato troppo poco tempo a un determinato argomento e che non ci siamo preparati a sufficienza: sarà necessario allora capire come valutare meglio, il tempo necessario a portare a compimento un certo compito. O viceversa, accorgerci che siamo stati molto più veloci di quanto pensavamo a memorizzare un testo. Possiamo inoltre valutare quali modalità di studio ci piacciono di più: usare ad esempio i libri digitali per metterci alla prova con i test di verifica online, raggiungendo così maggiore sicurezza al momento dell’interrogazione.

Abituarsi a fare una valutazione sia delle modalità di studio sia dei risultati ottenuti e a correggere il tiro per migliorarsi, è la fase finale che aiuterà gli studenti a sentirsi capaci e sicuri di se stessi.

Buono studio a tutti!

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