Loading

L’uomo nuovo dell’era digitale

Noi umani della città, milanesi e non, ci dividiamo anche in questa latitudine in due grandi categorie: il nativo digitale e il nativo dell’era pre-digitale, che equivale a dire era preistorica.

L’essere umano digitale di ultima generazione è la materializzazione di quanto si poteva vedere negli anni novanta nei film di fantasy-fantascienza: esseri umani collegati 24 ore su 24 a uno schermo, che guardavano tramite occhiali enormi o cappellini-elmetti che si allungavano fino ad arrivare davanti agli occhi, la proiezione continua di immagini.

Ebbene sì! Oggi siamo arrivati quasi a quel punto. Non siamo ancora così furbi da lasciarci due mani libere, ma solo una – il video lo dobbiamo tenere ancora con una appendice organica, il nostro braccio – ma insomma non siamo lontani.

Il collegamento perpetuo digitale è trasversale e comune a tutti; vero però, che la versione più spinta appartiene alle rappresentanti del genere femminile, che attraversano i semafori con gli occhi sullo smartphone a passo cadenzato, ignorando tutto quanto le circonda, pronte a farsi “asfaltare” piuttosto che perdere l’ultima risposta dell’amico whatsappato. Ma in realtà, il genere maschile è più furbo e subdolo e usa il mezzo con più accortezza, facendosi notare meno, ma guardando i tweet di mezzo mondo mentre tu pensi sia con te, e invece è completamente dentro lo schermo: guida, ti parla dal vivo o è seduto avanti a te che gli hai offerto il pranzo di lavoro per presentargli la tua azienda, ma i suoi occhi fuggenti e la sua testa sono sintonizzati sullo smarthphone ultima generazione, alto e largo per leggere meglio da lontano, mentre il suo dito scatta con gesto fulmineo a intermittenza per scrollare il video a velocità supersonica, compresa, qualora necessaria, la scrittura in punta di dito.

Perdonabile ma inguardabile lo spettacolo della metropolitana o del tram, peggio ancora quello dell’autobus. La solitudine del viaggio e il tempo perso da riempire, se soli, giustificano in parte l’uso immediato, appena saliti, del cellulare e del tablet. Ma quando è ora di scendere, raccattare i sacchetti degli acquisti, alzarsi e attaccarsi per non cadere, e pretendere dai propri arti che riescano a rispondere anche ai messaggi sullo smartphone, penso sia una perdita del senso della realtà e l’apertura in Italia alla possibile introduzione della venerazione della dea Kalì.

Ma la connessione perpetua ha vantaggi, ha svantaggi?

Quanta differenza passa tra lo scrivere sul diario di scuola mille volte il nome del ragazzino che ci piaceva alle scuole medie, con i mille cuoricini annessi, di noi over cinquanta, e il postare da parte degli adolescenti di oggi le loro mille foto su instagram con tutto il repertorio di fidanzatini, cuoricini e immaginario vario?

Cambiamo anche noi o è cambiato solo il mezzo? E’ un sistema diverso di rappresentazione dei sentimenti o questo influisce, ha influito, sui sentimenti stessi?

Stiamo vivendo un’epoca speciale, che potremmo paragonare al momento in cui la rappresentazione pittorica, come principale metodo di riproduzione del mondo reale è stata sostituita dalla fotografia: metodo straordinario e diversissimo, che permetteva modi e velocità completamente nuovi e stravolgeva la proprietà della ripoduzione; perchè l’abilità pittorica e l’acquisto di immagini dipinte non era accessibile a  tutti, mentre la fotografia lo è diventata in breve tempo.

Il virus della dipendenza digitale non può fermarsi, ma immuni a questo, restano ancora la maggior parte degli over settanta, troppo presi a controllare se stessi per avere energie sufficienti a controllare un sistema ulteriore. Contaminabili gli over cinquanta e gli over sessanta, ma con tempi di molto più lunghi dei nativi digitali; anch’essi nati nel periodo pre informatico, già troppo cresciuti per fare merenda con il Nintendo in mano ed entrati nel mondo del lavoro, quando l’informatica diffusa non era ancora una realtà, (si usava la macchina da scrivere o al massimo i primi sistemi automatici, che erano macchine da scrivere con schermo video che potevano memorizzare il testo su dischetto). Nulla a che vedere con i computer o i loro precursori, che avevano ben altre funzioni e ben altra grafica.

Tutti gli over cinquanta possono quindi chiamarsi immigrati digitali: ovvero non sono nati dentro l’era del computer, ma hanno potuto o dovuto arrivarci dopo avere attraversato altri mondi.

Gli immigrati avranno sempre un handicap rispetto ai nativi digitali, ma proprio per questo a volte si intestardiscono e si applicano con energia insospettata: mamme e nonne che hanno in gestione venti gruppi whatsapp, dove riescono a gestire trenta persone in contemporanea su ogni gruppo, superando con la comunicazione scritta le limitanti barriere della comunicazione verbale, che ti obbliga a parlare solo con chi hai davanti e deve poterti udire. La comunicazione virtuale può essere immensa, priva di limiti spaziali e prolissa e veloce come il pensiero.

E questo è forse il limite della connessione continua: il pensiero che nasce pensiero in noi ed esce da noi uguale a come è dentro. Nessuna mediazione, nessuna capacità di controllo. Siamo tutti tornati alla nostra prima infanzia, dove non c’è la capacità di autocontrollarsi: tutto quanto vogliamo, pensiamo, sentiamo o ne abbiamo necessità lo esprimiamo o lo facciamo immediatamente. Mi sento di dire stronzo a qualcuno? Lo scrivo, glielo scrivo! Che problema c’è? L’ho pensato, mi è uscito, fa parte di me, lo faccio, lo esprimo. Come il bambino di due anni che gratificato da una cosa la ripete cento volte, anche noi gratificati dall’attenzione degli altri postiamo mille foto dei nostri bambini, mille foto dei nostri animali domestici, mille foto di ogni cosa che mangiamo, che vediamo, che facciamo.

Sapere che possiamo esprimere noi stessi ovunque e dovunque nel mondo virtuale, ha migliorato la qualità della nostra vita, ci ha reso persone migliori?

Non credo vi sia una risposta univoca, al momento il fenomeno è troppo giovane. Il pensiero “sciolto”, che liberamente si diffonde e trova espressione fuori di noi in ogni ora della giornata, toglie forse lo spazio a quella che un tempo era la riflessione intima, la riflessione critica sulle persone, sulle cose, sui fatti. Quella visione da distante, da fuori, da una posizione esterna, ponderata e analizzata, dove si cercava di allontanare i sentimenti personali che disturbavano quella analisi, riportando l’argomento o il fatto in un campo neutrale. Quella visione nella società odierna, è colpevolmente troppo assente.

Stiamo attivando in modo eccessivo la nostra parte di intelligenza emotiva, che è cosa buona e giusta riuscire a usarla al meglio, ma stiamo tralasciando quella parte razionale che sola è in grado di valutare a mente fredda la giustezza delle cose, gli obiettivi reali e giusti che vanno perseguiti. Attiviamo all’eccesso la nostra parte emozionale, lasciando entrare il mondo esterno solo attraverso quella porta, chiudendo ogni altra modalità di rapporto con il mondo reale.

Nei momenti di evoluzione, di cambiamento, di passaggio come quello in cui oggi ci troviamo a vivere, si deve essere in grado di riprendere la strada che accanto a cuore e pancia, riesce a inserire anche la testa; Quella strada, già percorsa in altre fasi storiche, che pur mettendo al centro l’uomo in quanto dotato di pensiero (libero) guardava a quanto fuori dell’uomo c’era, nel mondo concreto, reale, fisico, cercando strategie per studiarlo, rispettarlo, usarlo senza superbia. Cercando di mettere in evidenza la piccolezza della vita quotidiana dell’uomo rispetto alla vita intesa come fenomeno biologico generale; vita intesa come equilibrio tra mondo umano, animale e vegetale sulla terra, e tra uomo e uomo in ogni punto del pianeta questo uomo si trovi.

Leave a Reply